Costituita la tendenza Anticapitalismo e rivoluzione nel PCL

Anticapitalismo e rivoluzione.
Una tendenza del PCL per lo sviluppo di un partito di avanguardia, l’intervento di massa e il metodo transitorio.

Il V congresso è stato segnato da un’involuzione del PCL. I percorsi politici non sono lineari: conoscono momenti di sviluppo, fasi di stagnazione e passaggi di arretramento. Dinamiche talvolta inaspettate, più o meno in relazione con il contesto storico. Con la Grande Crisi, il ripiegamento del conflitto ed una crescente influenza reazionaria nelle classi subalterne, il PCL ha conosciuto prima un logoramento della struttura, poi un deterioramento della direzione. Il V congresso ha quindi dato forma a questa involuzione.

I sintomi si erano manifestati da tempo e si sono progressivamente aggravati. Il ripiegamento seguito alla recessione 2012 ed alla capitolazione FIOM in FIAT, con il cambio del clima politico, ha visto il PCL sempre più in difficoltà e senza un progetto adeguato al nuovo contesto. Il IV congresso ha registrato questa dinamica ma non ha saputo farvi fronte. L’allora maggioranza, raccoltasi più in reazione della piattaforma B che su una proposta di fase, si è sfrangiata sin dal primo Comitato Centrale (1/3 non ha votato la Segreteria, anche con dissensi intorno al centralismo democratico). Nel corso dei mesi si sono moltiplicati gli assi di discussione: l’organizzazione, la conduzione di Per una sinistra rivoluzionaria, l’intervento in Non Una Di Meno. Senza una stabile maggioranza nel CC, con confronti aspri, l’affiorare di tendenze centralizzatrici e dimissioni dalla Segreteria. Un dibattito precipitato sull’intervento sindacale (in CGIL e SGB), segnato da degenerazioni personalistiche e da forme inedite di risoluzione della discussione (ad esempio un’assemblea nazionale a partecipazione casuale, con l’approvazione da parte di poco più di metà della platea di un documento in contraddizione con una risoluzione del CC). Dopo il fallimento dei tentativi di recuperare una gestione condivisa, precipitati in un appello al CC a raccogliersi contro le nostre posizioni (bastardi e delinquenti), abbiamo chiesto l’anticipo del congresso per dare un assetto al partito. Sperando anche che la definizione di una maggioranza almeno riducesse i processi di verticalizzazione e le degenerazioni che si stavano producendo.

Il congresso ha quindi strutturato un arretramento in corso da tempo. Raccogliendo l’appello in CC, diversi settori si sono raccolti in un documento sostanzialmente contro di noi. Una dinamica confermata all’assise nazionale, in cui il dibattito si è focalizzato sulla critica delle nostre posizioni: chi ci ha accusato di riprendere l’impianto bernsteiniano del movimento è tutto, chi invece ha confermato la nostra appartenenza al campo rivoluzionario ma ha richiamato presunte similitudini con le posizioni del Segretariato Unificato, chi ancora ha sottolineato una differenziazione tattica all’interno di una comune matrice comunista e rivoluzionaria. La maggioranza si è raccolta su un testo che ha evitato un bilancio, in cui gli arretramenti sembrano solo l’effetto di un destino cinico e baro. Da una parte ha quindi proclamato senza un passo indietro una linea di costruzione definita in un contesto diverso, senza tenere in considerazione i risultati ottenuti e le forze ora ridotte (ad esempio senza nessuna articolazione di una tattica elettorale che non può evidentemente esser perseguita oggi). Dall’altra però ha impresso un evidente ripiegamento identitario, con una focalizzazione dell’intervento sulla propaganda e sui settori di
avanguardia. Una piccola svolta involutiva che ha trovato anche il sostegno del terzo documento, che si caratterizza (oltre che sulla proposta di un FIT italiano) proprio sul rafforzamento del profilo identitario del PCL (non a caso nella sua relazione al congresso è stato richiamata la conferenza studentesca del 2015 e lo spostamento di fatto dell’attuale linea nel solco di quanto allora espresso dal testo più identitario).

Il congresso ha confermato anche i processi regressivi nella gestione del partito. Il dibattito, tra personalizzazioni e richiami a presunte scissioni, è stato impostato sulla difesa del gruppo dirigente storico più che sul confronto politico. Sospingendo così tendenze leaderistiche, in sé presenti in ogni formazione, che in passato il gruppo dirigente aveva contrastato con rigore. Ma, al di là di queste derive, il congresso ha rilanciato le prassi dei mesi precedenti. Nello statuto si è introdotta la possibilità di convocare assemblee nazionali non per delegati/e, oltre che l’inedita figura dei responsabili di settore (superando così gli organismi collegiali). Nelle settimane successive, la maggioranza ha voluto poi attivare strutture ad hoc (una lista di tutti/e i dirigenti in CGIL e dintorni), istituendo referendum on line su specifiche scelte tattiche (per poi negare, alla prima riunione del CC, persino la richiesta di discutere questo metodo). Una prassi ripetuta nella comunicazione, dalla scelta di un nucleo redazionale di Unità di classe unicamente di maggioranza a quella di mantenere un lungo silenzio sul congresso (pubblicando notizie solo dopo nostra sollecitazione e a congresso concluso; sottolineando l’impianto programmatico condiviso solo dopo esplicita richiesta; senza un’informazione paritaria sui documenti congressuali, a differenza della scorsa assise). La maggioranza ha quindi delineato una particolare concezione del centralismo democratico, con un metodo di gestione segnato da protagonismi e personalizzazioni, al contempo centralista ed assemblearista, a geometria variabile a seconda delle convenienze. Un metodo che ha stimolato l’abbandono o il ritiro dalla militanza di diversi dirigenti storici (a partire da due componenti della Segreteria, tra cui il direttore politico di Unità di classe). Per questo abbiamo deciso di non entrare nella segreteria del PCL, come di non assumere la presidenza della Commissione di garanzia.

Abbiamo invece continuato a sottolineare un diverso ragionamento, diverse priorità di intervento.

La necessità di un bilancio e di identificare i limiti di questi anni: per noi, in particolare, la strategia di costruzione del partito, centrata sulla propaganda generale (in particolare quella elettorale), nella convinzione che le fascine delle contraddizioni avrebbero innescato i conflitti e quindi fosse prioritaria la più generale battaglia di demarcazione dalle altre correnti.
La consapevolezza di un cambio di fase: la Grande Crisi ha usurato l’egemonia del capitale, acutizzato i conflitti interimperialistici, amplificato nei paesi a tardo capitalismo la disorganizzazione della classe e della sua coscienza. In Italia si è progressivamente decomposto il popolo di sinistra, con lo sviluppo di un’egemonia reazionaria nelle classi subalterne e movimenti trasversali in cui si perde ogni appartenenza classista.
Il bisogno di cambiare passo, spostando il peso dalla propaganda all’agitazione. In una crisi di sistema potenzialmente rivoluzionaria, nel corso di una profonda involuzione di classe, la propaganda deve esser accompagnata da un intervento quotidiano nel conflitto di classe, per supportare la sua riorganizzazione e sviluppare di conseguenza il partito non in un’avanguardia isolata ma in una dinamica di massa.
La centralità del metodo transitorio. Questo intervento quotidiano nel conflitto di classe deve esser condotto attraverso lo sviluppo di rivendicazioni largamente condivisibili, in stretta relazione con la coscienza diffusa (capaci quindi di agganciarsi ai suoi veloci spostamenti) e capaci di sospingere il processo rivoluzionario (in quanto non realizzabili nell’attuale stato di cose presenti).
L’esigenza di una polarizzazione internazionalista e di classe. In una sinistra marginalizzata permane una larga avanguardia, isolata da una dimensione di massa. In questa avanguardia, nel suo isolamento, cresce l’influenza di tendenze nazionaliste e neocampiste, come di rigurgiti stalinisti. Per questo è utile introdurre linee di faglia internazionaliste e classiste, sviluppando unità d’azione con chi sostiene queste impostazioni.
Con il nostro documento “Lotta di classe e rivoluzione” abbiamo sostanzialmente confermato il nostro consenso (intorno al 18%, a fronte di 5 su 25 compagni/e del CC uscente), particolarmente concentrati nel Nord-Ovest. Non è stato un risultato positivo, perché non siamo stati in grado di invertire o anche solo fermare le derive in corso. È però un risultato che ci conferma nel nostro percorso.

Il PCL, nonostante le involuzioni, è un partito che nel rifarsi al trotskismo conseguente definisce oggi un impianto programmatico comunista e rivoluzionario: l’analisi della dinamica ineguale e combinata del capitalismo, con lo sviluppo della Grande crisi, le conflittualità interimperialiste, il nuovo protagonismo imperialista cinese e il differente sviluppo di classe nel mondo; il ruolo del partito e il suo rapporto dialettico con la classe, a partire dalla centralità dell’autorganizzazione e quindi dei consigli nei processi rivoluzionari; il metodo transitorio come ponte tra rivendicazioni immediate e progetto rivoluzionario; l’autonomia di classe, con il contrasto di ogni grande alleanza e nel contempo l’ottica del fronte unico nell’intervento di massa.

Non a caso proprio oggi il PCL è al centro di un fronte di iniziativa contro il governo. Un’unità d’azione importante in questo tempo sospeso che incombe sull’Italia, nel disastro della sinistra e nella frammentazione dei conflitti. Un percorso che riteniamo quindi molto positivo, sebbene per ora purtroppo ristretto ad un’avanguardia politica, anche per contenere e superare le impostazioni autoreferenziali e avanguardistiche nel partito.

Nonostante l’involuzione che registriamo, il PCL è infatti il nostro partito: ci batteremo per contrastare queste tendenze e con la nostra stessa esistenza proveremo a tener aperto un percorso. Consapevoli delle difficoltà, ma anche, nell’imbrunire dell’oggi, delle responsabilità di indicare un sentiero verso i tempi nuovi.

Per questo, abbiamo deciso di costituirci in tendenza. Cioè di organizzare le nostre posizioni nel partito, di darci momenti continuativi di confronto e coordinamento, di pubblicare un bollettino interno di informazione e discussione: La scintilla. Pensiamo infatti che l’involuzione in corso renda necessario sviluppare con continuità una diversa proposta ed una diversa prassi che, nel quadro dello Statuto e del centralismo democratico, possa mantenere l’elaborazione e l’attenzione del partito connessa alla lotta di classe e allo sviluppo di un metodo transitorio.

Una tendenza e non una frazione. Tra di noi della tendenza permangono punti di vista, analisi ed impostazioni diverse. Quello che ci accomuna è la resistenza contro una deriva che abbiamo visto emergere negli ultimi anni e la focalizzazione su alcuni nodi politici: la consapevolezza del cambio di fase; la necessità di un bilancio; il bisogno di cambiare passo spostando il peso sull’agitazione; la centralità del metodo transitorio; l’esigenza di una polarizzazione internazionalista e di classe. Su questi elementi svilupperemo nel partito un percorso comune, ben sapendo e rappresentando, anche in questo bollettino, le articolazioni che ci contraddistinguono come contraddistinguono ogni tendenza rivoluzionaria.

Anticapitalismo e rivoluzione. Infine, il nome. Abbiamo chiamato il nostro documento “Lotta di classe e rivoluzione”, cercando così di rappresentare in una frase la nostra proposta politica. Per una tendenza, per un’identificazione più semplice e immediata, abbiamo pensato di racchiudere questi concetti in due sole parole, in una sigla di facile utilizzo (il senso appunto di un nome collettivo). Senza assonanze con altre esperienze italiane lontane dalla nostra impostazione, con un’assonanza rispetto ai nostri compagni e compagne francesi con cui proprio in questi anni, tutti insieme come PCL (anche se non tutti convinti di questo) stiamo cercando di sviluppare un rapporto internazionale. E quindi, Anticapitalismo e Rivoluzione sia…

Milano, assemblea del 19 gennaio 2020 dei compagni e delle compagne aderenti al documento congressuale “Lotta di classe e rivoluzione”, V congresso del PCL

Partito Comunista dei Lavorator

Frecciarossa: altri due morti sul lavoro

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Mentre si discute sulla necessità di nuove linee ad alta velocità la linea ferroviaria esistente crolla a causa di incuria per mancanza di sovvenzioni sempre più dedicate alla speculazione dei soliti padroni.
E muoiono altri due lavoratori.
Basta sovvenzioni ai privati., riqualificare e potenziare il trasporto pubblico sotto controllo operaio!

Partito Comunista dei Lavoratori

Sezione Monza Brianza

 

Tesseramento 2020

Martedì 4 febbraio presso la sede Cub sita in via Piave 7 a Monza dalle ore 21.00 sarà possibile tesserarsi per aderire alla nostra organizzazione.

L’invito è rivolto a tutte le compagne/i che intendono partecipare alla battaglia rivoluzionaria del Partito Comunista dei Lavoratori la cui linea si fonda sui seguenti quattro punti:

  • Opposizione alle classi dominanti e ai loro governi, qualunque caratteristica essi assumano, inclusi quelli di centrosinistra o di sinistra riformista.
  • La prospettiva di un governo delle lavoratrici e dei lavoratori che aboliscano il modo di produzione capitalistica e riorganizzi la società su basi socialiste
  • Il collegamento costante tra gli obbiettivi di lotta immediata e la prospettiva di fondo dell’ alterntiva anti capitalistica.
  • La prospettiva della rivoluzione mondiale in permanenza e di un’ alternativa socialista internazionale e quindi di un organizzazione rivoluzionaria internazionale dei lavoratori basata sul centralismo democratico.

Saluti a pugni chiusi!!

La lotta alla GM e la lezione per la vertenza ArcelorMittal

La necessità di una campagna unitaria per una vertenza radicale

8 Novembre 2019

I 40 giorni di sciopero radicale e combattivo dei lavoratori e delle lavoratrici della General Motors, negli Stati Uniti, hanno piegato uno dei colossi del grande capitale. Assumiamo quell’esempio per una lotta generale combattiva per la nazionalizzazione sotto controllo sociale e dei lavoratori di ArcelorMittal e di tutto il settore siderurgico

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GENERAL MOTORS E UAW: 40 GIORNI E 40 NOTTI DI LOTTA

Nel cuore industriale della metropoli imperialista è successo qualcosa che ha scosso il grande capitale. Proprio laddove, con la narrazione ideologica dominante – fondata sul concetto di società postindustriale – si gioca a presentare come superati i concetti di classe operaia e di lotta di classe che ne dovrebbe conseguire, per spostare il focus sulla mobilitazione della middle/lower class nello scontro geopolitico e imperialistico con la Cina che ha, ormai, assunto i tratti di una vera e propria guerra commerciale, con i suoi alti e bassi, condotta attraverso le oscillazioni del populista Trump.

Per 40 giorni consecutivi, dopo oltre un decennio di assenza totale di anche minime mobilitazioni, la classe lavoratrice del settore automobilistico ha scioperato e preso per la gola la General Motors. Un riscatto di classe e un moto di orgoglio nascosto da ogni canale di comunicazione ufficiale, per non fornire esempi pericolosi alle classi sfruttate. Un silenzio funzionale anche a non mettere in cattiva luce e in difficoltà un settore di grande capitale coinvolto in un’aperta guerra capitalistica mondiale, con cui affrontare una nuova rivoluzione industriale che costringe tutti gli attori in campo a mettere in moto riconversioni e investimenti per intercettare la tendenza del mercato all’auto elettrica e la corsa ad un inedito mercato utile per l’espansione del capitale, alimentata anche dalla retorica borghese e piccolo-borghese di un nuovo capitalismo “green”.

La classe lavoratrice ha messo in mostra di possedere ancora, nelle sue mani, un potere capace di mettere in ginocchio e far tremare le grandi borghesie ed i governi anche laddove possano sembrare inattaccabili e intoccabili. Un potere che si può esplicitare solo con l’unità di classe e con la radicalità di mobilitazioni e di scioperi ad oltranza, conquistando i cuori della società e raccogliendo solidarietà in loro sostegno. Un potere che può scavalcare anche le stesse burocrazie sindacali, costringendole a rincorrere la mobilitazione, alla ricerca di un accordo che possa soddisfare una base compattata dall’esperienza della lotta unitaria.
Quaranta giorni in cui oltre 48.000 lavoratori hanno fatto pagare un conto di profitti perduti alla GM di quasi 3 miliardi di dollari, costringendoli ad andare incontro alla maggior parte delle rivendicazioni e richieste, strappando: un premio di 11.000 dollari a dipendente; due aumenti salariali del 3%, con due erogazioni una tantum del 4% del salario; la rimozione del tetto di partecipazione agli utili (dopo anni in cui l’azienda macinava miliardi sulla pelle di salari al palo e diritti in smantellamento); il mantenimento delle coperture sanitarie ai livelli attuali; l’accordo per la stabilizzazione a tempo indeterminato dei lavoratori precari e ricattati che abbiano lavorato per almeno tre anni in azienda (sconfiggendo un modello che imponeva ad un settore di lavoratori di rimanere a livelli salariali nettamente più bassi e a non poter godere di benefit, coperture assicurative, diritti sindacali etc.).

I principi su cui si è costruita la mobilitazione sono stati proprio la rivendicazione di una forte redistribuzione a fronte di un’azienda che aumentava il proprio potere nello scacchiere mondiale macinando sempre più utili, ma che annunciava la chiusura di stabilimenti e la cancellazione di posti di lavoro; e il contrasto della divisione del fronte dei lavoratori con una sempre maggior differenziazione delle condizioni di lavoro, salariali e dei diritti e benefit tra lavoratori a tempo indeterminato e quelli a tempo determinato, lavoratori a pieno salario e altri a salario crescente, qualificati e forzosamente non qualificati, e così via.

DALL’ESEMPIO DELLA GENERAL MOTORS ALLA BATTAGLIA CONTRO ARCELOR MITTAL

Da questo punto di vista, parlando di un settore strategico per gli USA come quello dell’automobile, non può non venire in mente il contraltare del contesto di attualità italiano, in cui diverse aziende strategiche aggrediscono le condizioni di lavoro e minacciano delocalizzazioni, chiusure, licenziamenti – come nel caso della Whirlpool – o che minacciano di chiudere la baracca dell’industria siderurgica italiana, rilanciando ricatti per ottenere pieni poteri e mani totalmente libere di fare profitti incondizionati sulla pelle dei lavoratori e dei livelli occupazionali, su quella degli abitanti, dell’ambiente e delle condizioni di vita generali. Parliamo ovviamente di Arcelor Mittal e delle acciaierie di Taranto, Novi Ligure, Cornigliano, Racconigi e Marghera – in tutto 10.600 dipendenti – con tutte le inevitabili ricadute sull’enorme indotto, che coinvolge oltre 9.000 dipendenti.

Invece di fare aperture alla linea di cedimento al ricatto, come immediatamente proposto da Landini in supporto alla logica del PD e della nuova creatura di Renzi, Italia Viva, per fornire immunità penale al più grande colosso dell’acciaio mondiale in cambio del mantenimento degli impianti, i cui livelli occupazionali sono già stati ridimensionati, e con operazioni di bonifica fatte con i pochi quattrini sottratti ai Riva.
Invece di inutili piagnistei su accordi ormai divenuti carta straccia, fondati sull’illusione che si possa inchiodare la grande borghesia a pezzi di carta o promesse di politicanti passati.
Invece di mobilitazioni di qualche ora, peraltro spezzettando il fronte dei lavoratori su base geografica e sulla base di singoli impianti produttivi, spesso costruendo rivendicazioni addirittura contrapposte.

Oggi bisogna cogliere proprio l’esperienza e l’esempio dei lavoratori della GM, inchiodare il grande capitale e i governi al loro servizio, nel ridicolo teatrino di slogan urlati e cedimenti nei fatti di ogni parte politica. Inchiodarli con la forza di una mobilitazione unitaria della classe lavoratrice, per lo meno di tutto il settore siderurgico italiano, ponendo in campo la forza compatta e combattiva di chi nei fatti tiene in piedi gli stabilimenti e ne paga anche il maggior scotto della loro nocività.
Una mobilitazione che metta in chiaro come non esistano padroni singoli o loro cordate che possano realmente curarsi degli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici, dei territori, dell’ambiente e della salute (considerate dal grande capitale esternalità negative da scaricare sulla collettività) contemporaneamente. Una mobilitazione che blocchi il paese fino a che non si assume una soluzione reale, credibile e nell’interesse di lavoro, salute e ambiente.
Il tutto con la consapevolezza che la sola classe lavoratrice può assumere questo impegno, costringendo lo Stato a requisire tutte le proprietà di chi si è arricchito su sangue, sudore, tumori e inquinamento; nazionalizzando senza indennizzo l’Ilva e tutto il settore siderurgico, ponendolo sotto il controllo dei lavoratori e dei loro rappresentanti reali, non delle burocrazie al soldo della controparte.

Per cui, oggi più che mai, è importante che tutta la sinistra di classe, anticapitalista e rivoluzionaria, tutto il sindacalismo combattivo e conflittuale, tutto il mondo delle associazioni e dei movimenti per l’ambiente – Fridays For Future compreso – si uniscano nel rivendicare la difesa di un lavoro a condizioni dignitose, dei livelli occupazionali, della nazionalizzazione del settore siderurgico e di una sua radicale riconversione, accompagnate dalla bonifica di tutte le aree devastate e dalla cura e compensazione dei danni alla salute collettiva. Imponendo il costo di tutto questo ai pochi che, negli anni, si sono garantiti con questo settore profitti, potere e ricchezze. Partendo proprio dall’organizzazione e dal sostegno di uno sciopero generale e prolungato del settore e dall’istituzione di casse di solidarietà e organizzazione di mutuo soccorso per il sostegno degli scioperanti.
Unire le forze per una campagna e una battaglia nell’interesse di quei lavoratori e dei cittadini coinvolti, nella consapevolezza di portare avanti una battaglia per tutta la società e per la collettività.

Cristian Briozzo

COMUNICATO

Il PCL sezione Monza Brianza esprime la propria solidarietà ai compagni della CUB la cui sede in via Piave 7 a Monza ha subito questa notte un vile attentato da parte di ignoti che hanno sfondato una finestra e lanciato una molotov distruggendo una parte della sede.
Questo vile attentato rappresenta una gravissima intimidazione nei confronti di chi si batte ogni giorno contro lo sfruttamento dei lavoratori e in considerazione del fatto che il locale ospita le riunioni della nostra sezione così come di altri organismi e collettivi di base, assume un duplice significato politico.
Resta chiaro che nessuna intimidazione fermerà la battaglia delle forze anticapitaliste che più di prima si prodigheranno in difesa dei lavoratori.
PCLBRIANZA

 

Solidarietà incondizionata a Gael!

Une représentante du cabinet interministérielle venait de proposer aux gréviste un rdv, et avant même que nous ayons eu le temps de prendre la décision de partir nous avons été expulsés violemment par les CRS, qui nous ont dit que nous pourrions partir… et qui au moment où Gaël se dirigeait vers le métro se sont jetés sur lui

 

Un rappresentante del Gabinetto Interministeriale aveva appena proposto uno sciopero ma  prima ancora che avessimo avuto il tempo di prendere la decisione di partire siamo stati espulsi violentemente dalla crs e ci hanno detto che dovevamo andare… Nel momento in cui gael si dirigeva verso la metropolitana, si sono buttati su di lui

SOLIDARIETA’ AI LAVORATORI DELLA TONCAR DI MUGGIO’

Il Partito Comunista dei Lavoratori dà piena solidarietà ai lavoratori licenziati della Toncar di Muggiò che in queste ora stanno occupando la fabbrica per riprendere il proprio posto di lavoro messo in discussione dal nuovo appalto che assumendo altri lavoratori a contratto determinato li ha di fatto sostituiti. Ricordiamo che oltre tutto il nuovo decreto sicurezza del governo reazionario gialloverde prevede l’arresto e fino a 12 anni di carcere per tutti quei lavoratori che esprimono il loro dissenso e bloccano l’attività.
Il Partito Comunista dei Lavoratori da sempre auspica la cacciata senza indennizzo dei padroni che licenziano e la nazionalizzazione della fabbrica sotto controllo operaio.